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Farfalle di cera

Dov’eravamo ieri quando la parola
sulle nostre labbra esalava l’ultimo respiro?
E le notti, cadute dagli occhi di Ecate,
non ricordo i crocicchi, in cui le ho evocate.
Il labbro tremava, ansante il respiro
accompagnava il sole al suo cupo sepolcro
e lei, sontuosa s’ammantava d’attesa
con l’ennesimo lutto. Che chiarore di luna!
ingannevole il suo risplendere muto
-mai mi sorride e mai mi piange.
Una e trina, la grande dea m’accompagna
con cani ululanti che dilatano l’infinito
di passi arcani e serpente, e con coltello
porta la mente stanca dentro oscure soglie.

Alle finestre, si trattengono ancora
fatali dardi d’oro, assillano senza riposo
farfalle di cera, ultimo tremolio della sera.
È tardi, per voltare il viso e lagnarsi.
Nelle celle oscure del dubbio, si spogliano
le ossa dalle ceneri terrene e onde
di velluto foderano cime di nero vermiglio.
Non brillano più gli occhi, il dio Apollo
soddisfatto s’immerge tra due cieli
colmando le sue coppe con stille raccolte
di ciò che era e ancora non è.
Preme l’ora, di accendere i fuochi e osare
il confine dietro lacci mossi da ombre.

Cristina Desogus

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