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Leggende e favole… vita!

martedì, Maggio 5th, 2009
Nelle coste occidentali del “Basso Sulcis” si scorge una grotta chiamata “ Sa Grutta e is Corombus”. Una triste quanto misteriosa leggenda ruota intorno alla sopracitata cavità naturale.

 
 
 
*Luinë e l’ Amore*
 
 

  
Si racconta che una giovane jana di nome Luinë preferì trascorrere in un freddo anfratto della Sardegna il tempo necessario al suo Amore per ritornare dal mare.
Il giovane doveva affrontare una difficile prova, e solo dopo averla superata avrebbe acquisito il diritto di chiederla in sposa.  
Ben radicate e  severe, le tradizioni fin dall’antichità caratterizzano l’isola della Sardegna; nessuno ne è esonerato poiché non è concesso sottrarsi al destino; pertanto,  neanche lui che era figlio del capo di un villaggio avrebbe potuto evitarlo. 
 
La giovane Luinë durante i primi anni di solitudine arricchì i costoni esterni della grotta con il raro Asterisco Marittimo.
In poco tempo uno splendido colore giallo illuminò tutta la costa fin dove occhio poteva vedere.
 
Mentre lavorava ripeteva sorridendo dolcemente: “in questo modo  Amore Mio saprai sempre dove approdare anche se il mare sarà in  tempesta.”
 
Lungo il versante raggiungibile dalla terra ferma seminò una quantità variopinta di vegetazione mediterranea.
Poi per proteggersi dal forte vento piantò dei robusti pini d’Aleppo, che tra le altre cose avrebbero impedito ad altri esseri umani di scorgere il suo rifugio.
 
Ancora oggi tutta la zona è caratterizzata da questa rara vegetazione.
Verità e leggenda legano a doppio filo i racconti degli innamorati che giurano d’aver sentito durante le passeggiate nella pineta una malinconica nenia salire dalla costa.
 
 “Non ho mani da stringere, non ho labbra da baciare… con te vivo Mio Amore in ogni respiro del mare.”
 
E così… trascorsero dieci lunghi anni dal giorno in cui seduta sulla scogliera lo aveva visto allontanarsi.
Quel giorno, con lo sguardo era riuscita a vedere l’espressione degli occhi di lui.
Il suo cuore aveva udito una sola parola riempire il silenzio del mare:
“ tornerò!”
Spesso il mare durante l’inverno portava cattivi presagi che avrebbero potuto far vacillare le sue speranze, ma lei non dubitò mai della parola che aveva riempito il suo cuore.
 Ad ogni alba legava uno dei suoi capelli d’oro alla zampetta di un colombo sussurrandogli: “ vai, tu sai da chi devi giungere, non ti occorrerà parlare, posati solo sulle sue mani e poi torna da me. Io capirò.”
Al tramonto il colombo faceva ritorno e sulla zampetta con occhi tristi la jana  trovava ancora annodato lo stesso capello.
Allora Luinë delicatamente lo slegava e lo riannodava ad uno spuntone di roccia situato all’interno della sua grotta.
Tutti i giorni, per dieci lunghi anni, attese che i colombi tornassero senza il capello stretto alla zampetta, ma mai accadde.
 
Una mattina mentre s’accingeva a liberare l’ennesimo colombo, una donnola si sedette accanto a lei e disse: “ piccola jana, ma veramente pensi che un uomo possa far ritorno da te che vivi in una misera grotta quando al di là dell’orizzonte gli hanno destinato un palazzo d’oro?”
La ragazza sorrise e rispose: “ si!  Il Mio Amore non preferirebbe mai ciò che trova fine nel tempo.  Il Mio Amore non sostituirebbe mai una coperta pregiata al mio caldo abbraccio; sono sicura che non esista seta o velluto che possa sostituire la morbidezza delle mie labbra… quindi, con certezza ti dico che il Mio Amore tornerà da me!”
 
La donnola, che altro non era che una strega malvagia (margiana) sogghignò e le disse: “va bene ragazza, ti concedo tre desideri allora. Dimmi cosa vorresti di più al mondo in questo momento?”
Luinë rispose senza esitare: “ vorrei che la mia terra conservasse sempre lo spirito libero e l’orgoglio che la distingue anche quando le difficoltà appaiono insormontabili.
Poi, vorrei che davanti a questa costa possa nascere dalle profondità del mare il simbolo della famiglia.
Come terzo desiderio, vorrei che questa grotta nei secoli a venire possa rammentare a tutti quanto è forte il sentimento dell’ amore se è sincero.”
“Va bene Luinë, esaudirò ciò che hai chiesto, ma prima ti farò un regalo” rispose la strega.
 
Improvvisamente si calmarono le acque del mare.
Divennero talmente cristalline che la piccola jana osservandone la superficie riuscì a vedere il Suo Amore.
Era felice, e si trovava accanto a lei.
Le loro voci raggianti risalivano le profondità del mare carezzandole il cuore. Riempì lo sguardo delle loro corse in prati profumati e pieni di fiori.
Senza rendersene conto iniziò a piangere con il sorriso sulle labbra; ogni lacrima che cadeva sulle rocce diede vita ad un piccolo cristallo che rifletteva i colori di quel meraviglioso mondo sottomarino.
 
La margiana allora con cattiveria le chiese: “ perché sorridi se sai che ciò che stai osservando è solo un’illusione? Sai bene che in questa vita mai vi verrà  concesso d’essere felici come desiderate.”
 
La dolce jana rispose: “ vedi ciò che vedo io?
“Si, vedo il tuo sogno” rispose la donnola.
Luinë rispose: “ il mio non è un sogno. Il mio è  Amore Vero, incurante del tempo e del luogo in cui esso si trova, e lì,  resterà per sempre.
Ora per favore esaurisci i miei tre desideri”.
 
Fu presto fatto.
La strega eseguì.
 
Nello stesso istante in cui la strega iniziò la sua magia, gli abitanti della Sardegna acquisirono orgoglio e spirito libero nel loro essere.
Di fronte alla grotta,  dal mare emersero tre piccoli isolotti, uno accanto all’altro.
 
Da sempre gli abitanti del Sulcis li conoscono con i rispettivi nomi “il Toro, il Vitello e la Vacca;” tutti e tre sono uniti da una lingua di terra sotterranea che solca le profondità del mare.
Questo è il simbolo di un legame che non si scorge,  ma, è forte ed esiste.
I tre piccoli isolotti oggi non sono abitati da esseri umani, ma solo dagli uccelli che anno dopo anno nidificano generando nuova vita.
 
Il terzo desiderio materializzò nell’interno della grotta dei bellissimi cristalli di quarzo; piccoli cuscini dalle varie forme; nati da ogni capello che lei aveva annodato alla fredda roccia.
Quando il sole giunge all’orizzonte, il riflesso del tramonto illumina l’ingresso della grotta e regala al quarzo delle splendide sfumature rosa.
 
Le tradizioni popolari attribuiscono al quarzo rosa il significato di pietra della fertilità e perciò è il simbolo della femminilità; ad esso viene associato tutto ciò che è legato al cuore, a livello fisico ed emozionale.
Secondo alcuni, è la pietra per eccellenza da portare quando si cerca l’amore.
 
 
 
Cristina Desogus

Leggende e favole… vita!

domenica, Maggio 3rd, 2009
 Luxidecoru e la venditrice di vento
 
 
 
La leggenda narra che in un tempo lontano “sulla piana del basso Sulcis” vivesse una jana chiamata Luxidecoru.
Sono numerose ed uniche le leggende che raccontano di queste figure misteriose che abitavano i costoni delle rocce sarde:
 
Se di notte, mentre dormite, vi sentite chiamare tre volte, non vi allarmate sono le janas che vi hanno scelto.”
 
Luxidecoru viveva assieme alla sue sorelle dentro una grotta che volge lo sguardo verso il golfo di Palmas. 
Nelle sere in cui il vento diradava le nuvole si recavano felici sulle rive del Rio Mannu per raccogliere i sogni degli esseri umani e qualora ne avessero la facoltà cercavano d’ esaudirli.
Venute alla luce come essenza libera dalle fantasie umane, fin dalla notte dei tempi, le janas non conoscevano la menzogna né la malvagità.
 
Una notte di maggio Luxidecoru osservava il cielo e sentì giungere l’odore dell’acqua; da lì a poco sarebbe arrivato il terribile temporale.
Corse fuori per raccogliere  i panni disposti sul prato ad asciugare, quando un improvviso soffio di vento le strappò dalle mani il velo d’oro e argento che stringeva.
Lo vide roteare nell’aria e stregata dal suo volo lo seguì.
Conosceva bene il rischio a cui andava incontro se all’alba non avesse trovato rifugio.  
La leggenda narra che la pelle candida e delicata di questi esseri non possa sopportare il calore del sole, e quindi Luxidecoru rischiava d’esser bruciata all’istante.
 
Si allontanò troppo, e da sola peraltro; la luna cominciava a calare senza che lei potesse rendersi conto del tempo.
Si inoltrò nei boschi selvaggi che sovrastavano la pianura e lì, all’origine del fiume, vide il velo poggiato sull’acqua.
Un timido sospiro rallegrò il suo viso mentre s’ accingeva a raccoglierlo, ma all’improvviso, dalle acque affiorò una mano che l’ afferrò ;  spaventata cercò di ritrarsi trascinando con sé l’intera sagoma che la teneva stretta.
 
Luxidecoru si trovò di fronte la figura deforme di una donna, piccola e dalla pelle scivolosa come quella di un pesce; la creatura era ricoperta da scaglie maleodoranti color sangue, i suoi seni raffiguravano delle labbra affamate da cui cadevano lacrime parlanti che imploravano umanità, e lei disgustosamente rideva zittendole.
 
“Chi sei?” Le chiese la jana.
La donna con un ghigno di soddisfazione rispose: “ io sono la venditrice di vento, e tu oggi,  scomparirai per mano mia.”
 
L’alba giungeva veloce, Luxidecoru doveva tornare indietro oppure sarebbe morta; lo sapeva lei e lo sapeva benissimo anche la venditrice di vento che furbescamente le propose un inganno dicendole: “ non riuscirai a tornare a casa prima che spunti il sole, riparati dentro quest’ampolla, ed io ti nasconderò nel fondo del fiume fino alla prossima luna piena.”
Non aveva molta scelta, morire subito oppure lasciar passare il tempo sperando che il corso degli eventi potesse cambiare grazie all’imprevisto.
“ Va bene” disse.
In un attimo la luce scomparve e i suoi occhi si trovarono dinanzi ad uno spettacolo terrificante.
Sul fondo del fiume i resti degli inganni precedenti di quell’essere raccontavano sofferenze inenarrabili, vite strappate alla luce del giorno per morire nella notte eterna della menzogna.
 
I giorni e le notti trascorrevano senza tempo; il fango saliva e le alghe crescevano intorno all’ampolla, i pensieri della jana erano l’unica compagnia che la crudele creatura le aveva concesso.
 
Ma le janas hanno spirito caparbio, fierezza della terra che le genera, e Luxidecoru non era da meno.
Non voleva arrendersi al destino e con le lacrime dipinse le pareti che la circondavano.
 
Disegnò dei gigli bianchissimi che potessero riflettere ogni granello di luce filtrato da quelle acque torbide; nella volta dell’ampolla tratteggiò delle spighe di grano dorate che ricordassero il colore del pane mentre cuoce.
 
Mancava una sola notte alla tanto attesa luna piena.
 
Quella sera la malvagia creatura rammentò l’inganno e volse lo sguardo verso l’ampolla; era quasi scomparsa nella fanghiglia eppure, una timida luce risaliva le acque.
Incuriosita, avvicinò il viso per capire cosa fosse, ma non riusciva a scorgere nulla che provenisse dall’interno.
Non concepiva come quell’ insignificante ampolla emanasse luce propria.
Non poteva sapere che erano i disegni di Luxidecorun che occultavano nella luce ciò che il buio cerca di nascondere.
In preda alla rabbia la venditrice di vento sollevò la prigione dal fondo e la tenne sospesa nel torbido, ma ancora non riusciva distinguere nulla.
Decise allora di farla riemergere dall’acqua per svelare il mistero di quella luce aiutata dal buio della notte.
Ma anche in questo modo dall’ esterno non scorgeva nulla, mentre la jana dall’interno vedeva e sentiva tutto.
 
La venditrice di vento propose un nuovo inganno: “ se mi sveli la tua magia, ti lascerò tornare a casa” le disse.
Luxidecoru rispose: “ lo so, questo è certo! Non esiste nessuna magia; tutto ciò che devi fare e rompere l’ampolla, bada bene però, la luna piena  deve illuminare il mio viso se vuoi che io non possa scappare.”
 
Così fece.
Prese l’ampolla e si diresse verso la radura, lontano dalla sorgente del male gli alberi svelavano il volto della luna; senza riflettere sollevò l’ampolla sopra la sua testa e con ferocia inaudita la scagliò a terra frantumandola in milioni di frammenti.
All’improvviso i cristalli smisero di brillare e la pelle di Luxidecoru iniziò a riflettere la luce lunare che accecò lo sguardo della creatura che cadendo a terra urlò: “ maledetta mi hai resa cieca con l’inganno, pagherai per questo”.
 
Luxidecoru rispose: “ non sono stata io a renderti cieca, ma il male che ti nutre e di cui fai dono a chi non ti osserva con attenzione, ma ricorda, la mia terra già dall’antichità ha insegnato a noi che siamo suoi figli che << il Santo in processione, dalla chiesa parte e sempre indietro alla fine della festa torna >>”
 
Le janas non sono cattive, dipende da come ci si comporta con loro, non chiedono, non cercano, non pretendono, regalano bene se ne ricevono; il male lo fa chi vuole farlo con le sue mani. Chi vive nella verità non può morire per mano della menzogna. Mai!
 
Cristina Desogus
 

ARRIVANO LE FAVOLE DI CRISS

giovedì, Aprile 30th, 2009
La favola della Tata Orchina
 
Che fosse una Tata di notevole eleganza ormai era cosa dichiarata solennemente da tutte le bocche puritane; già!
Si racconta che la Tata Orchina amasse spropositatamente il suo lavoro. Pur di ottenere ogni risultato meritevole della massima attenzione bussava di porta in porta, non omettendo nemmeno i numeri dispari, se li faceva tutti senza distinzione, purché appartenessero a padroni con “le palle” degli occhi piene quanto le tasche.
 
Nota stacanovista, vantava un grande cuore, almeno alla portata della fama che godeva la sua bocca, che a detta del mitico cioccolatino, era un portento che faceva invidia anche al vento di bora tanto soffiava bene. Come la Poppins faceva nella sua borsa, anche la nostra Tata portava sempre un biglietto nascosto dentro le mutande in cui vi appuntava i vari traguardi; entusiasta lo leggeva nei momenti di noia pomeridiana oppure quando cercava ristoro dal lungo vagare notturno che tanto la teneva impegnata fino all’alba; eh già, con la recessione che coinvolgeva tutti i fronti, compreso quello del settore x-file  non c’era più la grande richiesta dei suoi poteri singolari quindi poteva contare anche sulle pause ristoratrici.
 
 La leggenda non si dilunga sulla datazione temporale della sua nascita, inoltre risulta avvolto nel mistero  il  giorno  e  l’ anno in cui ebbe inizio la sua immensa attività benefica,  naturalmente e rigorosamente “ senza scopo di lucro”; l’unica cosa certa è che tantissime persone nel corso degli anni abbiano avuto modo di appurare  le sue innumerevoli doti.
 
Tata Orchina custodiva un sogno nella tasca interna della pelliccia (rigorosamente di peluria umana ben inteso), era noto a tutti che fosse prodiga ed impegnatissima  nel settore della protezione animali, soprattutto nel campo dei pennuti
… comunque, si racconta che avesse una particolare preferenza per i fossati non potendo usufruire della limpidezza del mare; miserevole creatura con tutto il bene che elargiva (sempre senza che nessuno ne venisse a conoscenza) il destino con lei era stato troppo crudele infliggendole l’etichetta di  “miserabile”. Questo a causa delle gambe troppo corte per camminare, lingua biforcuta che le impediva di parlare e mani troppo lunghe che era costretta a tenere sempre in appoggio su qualsiasi cosa le capitasse a tiro.
Una terrificante lacuna questa, che aveva fatto maturare nella sua mente “eccezionale” una bizzarra fobia; “piccola creatura” non riusciva a vivere nell’ozio e quindi scavava buche, costruiva ponti con maliziosissime corde (assai precarie) che intrecciava personalmente (manco fosse Penelope che doveva raggiungere Ulisse) e con le quali puntualmente si dilettava nel bungee jumping tormentando rospi e quan’altro che pur di farla tacere intonavano cori compiaciuti insieme alle principesse nottambule.
 
Di suddetti canti se ne conserva qualche prezioso frammento a memoria imperitura per i posteri:
 
Viva lei, viva la grande Tata Orchina che sa, che dice, che fa… si, siiii!!! Viva lei che la da e la fa a tutti… la magia, prima o poi.
 
Si racconta che fosse posseduta da un potere paranormale, più para che normale… le sue amiche, Tate pure loro, dicevano che era talmente allenata al “movimento” che bastava un attimo e per incanto la bacchetta nelle sue mani si alzava all’istante.
 
La strabiliante Tata vantava gusti di grande spessore e doti incredibilmente moderne nonostante la veneranda età; era risaputo che non cucinava, non rammendava, non faceva nessuno sforzo nel suo palazzo preferendo che fossero altri ad impegnarsi per lei. Certo direte voi… perché dividere l’onere se si può prendere solo il merito…
 
Forse era di stirpe medio_alto_locata… ma chissà! Di sicuro comunque, amava lo spasso senza controllo, si, si… lo spasso lo adorava proprio, al punto che saliva e scendeva per km e km pur di dare sollazzo alla bacchetta magica, e quando la sera non riusciva a cavalcare bene la scopa, saliva sulla prima carrozza che le passava davanti e via, a giocare, fare magie e divertire… chi?? Ma se stessa!!
 
Ciò che non si è mai chiarito e che tra le altre cose non emerge dall’ attenta lettura della sua favola è: perché la chiamavano Orchina??
 
Si presume che il motivo possa essere attribuito al fatto che tanto fata non poteva essere né tantomeno turchina… e lei ci teneva che questo particolare fosse ben chiaro a tutti. Sicuramente non lo era mai stata, e mai a suo dire lo sarebbe diventata… nonostante fossero di moda i miracoli.
 
Mah! Forse non è questo il tempo in cui il mistero verrà svelato… che peccato!!! Mah, come si dice: la speranza è sempre l’ultima a morire e la prima a nascere, magari il futuro porterà la web cam e allora queste sottigliezze verranno superate……
 
 
Cristina Desogus