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Pazzia

Così stanotte spalanca il suo cancello.
Che amante affascinante Pazzia!

Riflesso di mefistofelici amplessi
e macchia di muti fantasmi sui muri.
Quel lume tremulo, che piacere!
Penetra la carne con orgasmi crudeli,
e la ferita infetta riesuma
arcani viaggi celati in fossa di inganni.
Che sposa virtuosa Pazzia!
Nelle notti solitarie sei casta fanciulla,
graffio di parola crocefissa alle idee
e sei prodiga preghiera colata in abissi
di bestemmia dietro i muri ovattati.

Ma tu, mia fontana cristallina, perché
oggi mi trafiggi di verità corrotte
e ti muovi nel vento come foglia morta?
Con che vigore scorri nelle vene!
Mi pervadi la bocca di ipnotici aromi
e mi sleghi i capelli nel bugiardo oblio
ammettendo il vero dell’Essere,
equilibrista incosciente e degenere
su corda viscida sospesa nel precipizio.

Alcova vergine, sanguinando
mi liberi addosso il tuo oscuro mondo.

Che amante seducente Pazzia!
Sto pensando se amarti od odiarti:
non per gentilezza o spavento
ma per freddo avanzo di tempo perso.
Non cerco più la traccia delle tue visite,
dentro il mio corpo di freddo marmo:
la memoria si perde, e i rimpianti
sono svaniti nel domani di un’onda,
laggiù, dove l’orfana scogliera
arresta il respiro prima del sussulto.

Così stanotte spalanchi il tuo cancello.
Si stingono le ombre e le angosce,
e mi richiami in vita dentro
il contorno delle labbra con due dita,
e mentre l’alba si offre alla notte
con false promesse di fedeltà, l’ora
impaziente divora orizzonti di tempo
e i forse tracimano in me incoerenti.

Regina degli erranti, oggi
con quali realtà hai allattato il senno?

Cristina Desogus

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