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Non-Senso

Sono il cammino sterile della pioggia,
con foga ingravido di martirio la terra
già pregna di rancore e orrore umano.

Altre volte sono granaio che straripa,
senza alcun rimorso vedo mio fratello
a terra, muore per mancanza di pane.

Anche oggi è morto il giorno in me.

Sono il falco assassino da calunniare,
con me si diletta l’amabile colomba,
sul tetto m’apre le cosce, sorridente
macchia col mio sangue il suo petto.

Muore dentro occhi ciechi l’umanità.
Il verme rincorre la foglia per mutare
aspetto, s’atteggia, si sente leggero.

Anche oggi è morto il giorno su mani
impeccabili, sono tese e offrono fame.

Stringendo, mi scompongo fuori asse,
chiuso in virgole ed editti che godono
dentro dottrine riempite di menzogne.

-In foreste di pioppi, hai mai cercato
fiori nell’ombra emarginata dal tutto?
Te lo vedi cadere addosso il decorso
di pace e l’infame rovescio del sereno.

Sono il Non-Senso dell’essere Vita.

Sono il minuto di solidarietà sincera
per la morte, di ora in ora annaspo
nel falso vociferare di verità assolute,

sano il giorno defunto nelle tue virtù,
il cieco afflitto da pregiudizi e morale.

Cristina Desogus

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Forse

Le troppe attese
svuotate di te
migliorano la lentezza
delle ore.

-Taccio!

Osservo discordanti
colori e orli di albe
di cui si è fatto il fondo

in abisso opalescente
sprofondo
nei dove, negli oltre

di nuovo
la mente si fa taglio
gli occhi stiletto

e di tutta la tua ombra
neppure minima parte
a me promette sangue.

Il tuo essere
distensione del silenzio
suggerisce anche ora

andare
tornare all’origine
vivere

l’elemosina di un verbo
di un verso vergine
in cui fare tracollo fiero.

Cristina Desogus

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Incompiuta Melodia

Mi sei respiro in versi, Incompiuta Melodia.

Il tuo essermi tutto, ridesta il battito stanco
risana orizzonti assopiti in lune di spada.

Mio ultimo viaggio in mite partitura d’archi,
sei fuga d’istante rubato, morso cibo e fame:
ti consumo qui, all’origine dei nostri vissuti,
nell’angolo dimenticato di un sole obliquo.

E mi sei bufera di labbra sulla pelle, pioggia
sottile su mani libere, nelle notti inquiete.

-dentro tele calde d’autunno sfoglio radici,
allungo lo sguardo, e di te, disseto i sensi.

E mi sei luce ferma d’incerti equilibri,
cielo bambino che corre e cade dentro lieve.

E sei vita morte, tutto mi dai e tutto ti prendi,
-e se dovessi fuggirmi- coprimi pure di falsità
per tutto domani, ma non rinnegare il tempo,
l’attimo vero in cui ammetti, d’essermi amore.

Cristina Desogus

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Pazzia

Così stanotte spalanca il suo cancello.
Che amante affascinante Pazzia!

Riflesso di mefistofelici amplessi
e macchia di muti fantasmi sui muri.
Quel lume tremulo, che piacere!
Penetra la carne con orgasmi crudeli,
e la ferita infetta riesuma
arcani viaggi celati in fossa di inganni.
Che sposa virtuosa Pazzia!
Nelle notti solitarie sei casta fanciulla,
graffio di parola crocefissa alle idee
e sei prodiga preghiera colata in abissi
di bestemmia dietro i muri ovattati.

Ma tu, mia fontana cristallina, perché
oggi mi trafiggi di verità corrotte
e ti muovi nel vento come foglia morta?
Con che vigore scorri nelle vene!
Mi pervadi la bocca di ipnotici aromi
e mi sleghi i capelli nel bugiardo oblio
ammettendo il vero dell’Essere,
equilibrista incosciente e degenere
su corda viscida sospesa nel precipizio.

Alcova vergine, sanguinando
mi liberi addosso il tuo oscuro mondo.

Che amante seducente Pazzia!
Sto pensando se amarti od odiarti:
non per gentilezza o spavento
ma per freddo avanzo di tempo perso.
Non cerco più la traccia delle tue visite,
dentro il mio corpo di freddo marmo:
la memoria si perde, e i rimpianti
sono svaniti nel domani di un’onda,
laggiù, dove l’orfana scogliera
arresta il respiro prima del sussulto.

Così stanotte spalanchi il tuo cancello.
Si stingono le ombre e le angosce,
e mi richiami in vita dentro
il contorno delle labbra con due dita,
e mentre l’alba si offre alla notte
con false promesse di fedeltà, l’ora
impaziente divora orizzonti di tempo
e i forse tracimano in me incoerenti.

Regina degli erranti, oggi
con quali realtà hai allattato il senno?

Cristina Desogus

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Non sono Poesia

“Stanotte sono solitudine; voglio accendere
di preghiere Dio, e andare a caccia d’ipocrisia
nel bosco delle favole vestite di polvere”.

-Non ho patria, non ho onore:

osservo occhi piegarsi dentro lacrime nere,
le loro tracce sul viso sono solchi,
fauci crudeli che urlando sputano rimasugli
di verità assolute della ragione, e le menti,
quelle squartate dei matti, sono angeli sereni
inchiodati a sepolcri senza confini
dove invocare in silenzio il nome di nessuno.

-Non ho forma, non ho spazio:

sono tempesta di precipizi e macchia di luce,
rinnego le confessioni morte su di me,
voglio quadri di Turner agganciati alle dita
e nei labirinti della mente stuprata dal Sé,
affinché la sublime natura infiammi la neve
e smantelli rovine vestite di soli accesi.

“Non limitatemi nelle indegne allucinazioni,
al momento, non sono poesia,
sono orlo di vita che spezza parole inconsulte
in onore del nulla che attizza la vista”.

-Non ho voce, non ho orecchio:

sono pentagramma ingravidato di voci,
le più dissonanti dell’orchestra emarginata,
strappate le ragnatele da occhi e decenza
nella vecchia chiesa abbandonata,
sono l’assolo triste di un violino che tuona
precipitando nell’inferno dei sordi.

-Sono solitudine che gode:

Non distinguo più la crescita dell’uomo
nelle azioni, il suo passo balbetta
e scompare indifferente dietro nascondigli
puzzolenti di piscio e civiltà ostentata.

-Sono verità feroce che tace:

le parole tangibili e schiette si trasformano
in vecchie puttane ai bordi delle strade:
danno fuoco ai loro santi, si fottono tra loro
assicurando silenzio e sonno ai bugiardi.

Cristina Desogus

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D’ amore e d’orgoglio t’amo

T’amo, di giorni venuti per caso
nella bocca ferita dai morsi,
nel portico della rosa screziata
di cui curo in segreto le spine.
T’amo d’istinto, d’orgoglio
e non solo, di petalo ingenuo
che il vento crudele slaccia,
fermando il labbro nel sangue.
Mio amato, avido di silenzio
io non t’amo d’armonie stupide
ma di notti rapite, che legano
lingua all’inesprimibile traccia,
e tuttavia, mi righi di martirio
l’Essere, quando come belva
bevo a terra dalle tue impronte
l’acqua amara della distanza.

Cristina Desogus

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Farfalle di cera

Dov’eravamo ieri quando la parola
sulle nostre labbra esalava l’ultimo respiro?
E le notti, cadute dagli occhi di Ecate,
non ricordo i crocicchi, in cui le ho evocate.
Il labbro tremava, ansante il respiro
accompagnava il sole al suo cupo sepolcro
e lei, sontuosa s’ammantava d’attesa
con l’ennesimo lutto. Che chiarore di luna!
ingannevole il suo risplendere muto
-mai mi sorride e mai mi piange.
Una e trina, la grande dea m’accompagna
con cani ululanti che dilatano l’infinito
di passi arcani e serpente, e con coltello
porta la mente stanca dentro oscure soglie.

Alle finestre, si trattengono ancora
fatali dardi d’oro, assillano senza riposo
farfalle di cera, ultimo tremolio della sera.
È tardi, per voltare il viso e lagnarsi.
Nelle celle oscure del dubbio, si spogliano
le ossa dalle ceneri terrene e onde
di velluto foderano cime di nero vermiglio.
Non brillano più gli occhi, il dio Apollo
soddisfatto s’immerge tra due cieli
colmando le sue coppe con stille raccolte
di ciò che era e ancora non è.
Preme l’ora, di accendere i fuochi e osare
il confine dietro lacci mossi da ombre.

Cristina Desogus

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Vieni, ti offro il mio regno

Vieni, ti offro un verso senza nodi,
notti umide, alloggi senza muri affrescati

– sradicati dalla mia mente nefasta

se non sei all’altezza di abitare i miei inferni
ricongiungi le tue mani
prega i tuoi benevoli santi
e fai ritorno a cattedrali allestite di sogni!
discorri come una vergine al mio cospetto
vacilli sotto la pelle,
e nelle vene ti muovi scaltro

ti sento
ti contorci
ti dibatti

sei un serpente che s’appresta alla muta
ti strusci infido
su cicatrici e tempo, e intanto,
mentre pensi al modo di possedermi
mi diventi schiavo
e crolla l’immagine sbiadita della tua grazia
che si trastulla
con la corda tra i resti di archi in rovina
crolla il tuo impero
si sono stinte le perle del mio rosario
erano finte come le mie preghiere
erano ritagli di vetro come i giorni a venire.

– sradicati dalla mia mente blasfema
Oppure

Percorri_mi le retrovie della mente
cerca_mi dentro ore ingorde di parole
dentro ore senza sonno
con palmi avvolti alla bocca
ti dico
ti voglio
disteso sull’erba bagnata della notte
e sorrido maliarda svergognando il peccato,
dici che è osceno?
Strisciami su per la vena del cuore
vuoi la mia pelle?
Ti sento, stilli gocce di paura, di lussuria
vuoi sottrarti all’oscura inquisizione
e non ne sei immune muovi di passi lenti
mi ami
mi odi
– vieni ho un regno da offrirti
il tuo è sconfitto in questo ninnare
in un unico colpo liberati della tua pelle
indossami
oppure

– sradicati delle mie notti

Qui! fa eco la mano forzando il petto
– Benvenuto all’inferno!

Cristina Desogus

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Eternità, diresti tu

Un baratro troppo arduo in cui gettarsi
a piedi scalzi, il mio freddo ciglio
un abisso d’acque in cui fare una sosta
oppure, una roccia coperta di muschio
in cui adagiare la nuda carne
e i lunghi capelli, prima che sia tardi,
prima che tutt’intorno lucciole ubriache
celebrino la notte effimera e bugiarda.

Eternità, diresti tu

Impronta lasciata cadere sui corpi
di gelido marmo in un giorno qualsiasi;
volubile ed eterea, desiderata, odiata,
sei alla pari di una bella donna
che ammicca gentile sfamando sogni
ma solo al prescelto concedi il tuo letto;
cammini taciturna nell’alba, affogando
i tuoi dubbi come figli illegittimi
e a sera, parli con in mano una coppa.

Oh eternità, che malefica creatura!

Ti vedo distesa sui sassi di un fiume,
vestita di niente, vestita da sposa,
infedele attendi nelle parole affilate
il nemico del sole, è lontano da te.
Ti sento suonare l’arpa sull’alto scoglio
vegliarda sirena, amante degli uragani
e circondata dai canti dei corvi,
neri come l’inferno, senza rimorsi.

Eternità, diresti tu

Le tue argentee mani cadono dal cielo
su fondali accesi di stelle, stringi i polsi
e di candele accendi soglie indecenti.

Cristina Desogus

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Quando a me tornerò

Un pugno di polvere, spuma di un’onda,
conchiglia sconfitta

in un lento andare

per travagli segreti verso ovunque porti
un fiore blue, la luce di un tuono.

Laghi di lacrime, dicono:
è la scuola della vita, hai paura di Dio?

La prigionia finisce presto.

Il respiro corre via, laggiù, sulle rive
piegate dal fiume che fin qui mi muove,

mi godo quest’attimo impalpabile

parlo con mani di nebbia e angeli neri
ai giunchi maturi che sfidano il tempo,

rifocillo gli occhi ciechi, che si aprono
nei fiori assopiti come baci d’essenza,

mi godo quest’attimo senza pelle

come le orchidee, quelle viola, minute,
sincere, che ai mille colori si uniscono

perdendosi.

Cristina Desogus

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